Che cos'è la demenza senile?

Sebbene la massima età raggiungibile dall’Uomo non sia cresciuta nei periodi storici a noi vicini, l’aspettativa media di vita invece aumentata notevolmente, in particolare dall’inizio del 1900. Negli Stati Uniti nel 1900 l’aspettativa media di vita si aggirava sui cinquant’anni; essa è attualmente di 73 per gli uomini e 78 per le donne. Tale aumento dipende in gran parte dalla diminuzione della mortalità infantile, l’introduzione di dei vaccini e degli antibiotici, dai miglioramenti dei servizi sanitari e dai progressi nella prevenzione di malattie cardiache e degli ictus vascolari. A tale aumento, tuttavia,   è andata accompagnandosi una nuova forma epidemica, tipica del soggetto anziano; nei vacchi, in sostanza, è cresciuto a dismisura il rischio di andare incontro a una demenza, vale a dire a una sindrome caratterizzata dalla perdita di memoria e delle capacità cognitive.

L’allungammento dell’arco della vita ha ben poco valore senon viene pereservata anche la qualità della vita. Uno degli scopi principali delle ricerche condotte sull’anziano non è soltanto quello di allungare la vita, ma soprattutto quell, ugualmente importante, di migliorarne appunto la qualità.

Con il termine demenza senile ci si riferisce ad una sindrome clinica, tipica dei soggetti anziani, che si manifesta con la perdita di memoria alterazioni delle facoltà cognitive ed è di grado sufficientemente grave da compromettere le funzioni sociali e occupazionali del soggetto.

Esistono tre tipi di demenza: Vascolare, Degenerativa, Trattabili da Cause Metaboliche.

Come si fa la diagnosi?

La diagnosi di demenza, e la differenziazione delle diverse forme, è un processo che fa riferimento eminentemente alle caratteristiche cliniche del paziente dato che, per tutte le forme che non siano chiaramente ereditarie, mancano attualmente marker biologici e/o strumentali che consentano da soli di effettuare la diagnosi.

È in questo contesto che va quindi considerato il ruolo del neuroimaging il cui utilizzo, nella diagnosi di demenza è largamente subordinato al sospetto diagnostico formulato sugli elementi clinici.

Vi è un generale consenso circa il processo diagnostico che è necessario porre in atto per la diagnosi di demenza. I percorsi diagnostici e le raccomandazioni circa il livello di approfondimento, i criteri e gli strumenti da utilizzare sono stati codificati dalle “Linee guida per la diagnosi di demenza della Società Italiana di Neurologia” . Le Linee Guida raccomandano di eseguire almeno un esame con TAC o MRI al momento della prima diagnosi. Questa strategia è finalizzata prevalentemente ad escludere la presenza di patologie cerebrali che potrebbero manifestarsi con i sintomi della demenza (ad esempio lesioni espansive, processi infettivi e infiammatori) e a documentare la presenza di eventuali lesioni di origine vascolare cerebrale.

La valutazione neuropsicologica

Un’accurata valutazione neuropsicologica risulta indispensabile per una corretta diagnosi sul presunto stato patologico delle funzioni cognitive superiori. Se accompagnata da altri strumenti diagnostici (valutazione psicopatologica, valutazione neurologica, anamnesi clinica e remota ed utilizzo di bioimmagini – tac, risonanza magnetica, eeg) la valutazione neuropsicologica può portare ad un’appropriata diagnosi differenziale dello stato di salute dell’utente. Tale diagnosi risulta determinante anche per un adeguato intervento terapeutico: basti pensare, ad esempio, alle pseudodemenze imputabili a gravi stati depressivi spesso non riconosciuti proprio a causa della sintomatologia di tipo cognitivo; in questo caso un’efficace trattamento antidepressivo, anche a carattere farmacologico, potrebbe essere omesso qualora la diagnosi propendesse erroneamente in favore di una patologia demenziale.

Accanto alla diagnosi differenziale, la valutazione neuropsicologica risulta funzionale ad una corretta valutazione – qualitativa e quantitativa – del livello funzionale delle differenti componenti cognitive ed offre un’importante chiave di lettura, anche prospettica, delle implicazioni di carattere personale, familiare, professionale e sociale legate all’insorgenza ed al decorso della patologia. Risulta quindi possibile da un lato meglio preparare l’utente ed i familiari a misurarsi con il problema ed affrontarne le conseguenze, dall’altro quantificare con maggiore efficacia il carico di lavoro che la famiglia e le istituzioni dovranno sobbarcarsi nel prestare un’adeguata assistenza al malato.

La valutazione neuropsicologica risulta inoltre propedeutica alla stesura di un programma riabilitativo, qualora questo si riveli opportuno; la ripetizione periodica dei test risulterà infine necessaria per valutare il decorso della patologia, se di carattere progressivo, e l’efficacia dell’eventuale intervento riabilitativo.

La riabilitazione cognitiva

La riabilitazione cognitiva è lo studio delle opportunità riorganizzative assunte dal cervello che è stato leso; parte dal presupposto che le capacità neuroplastiche del nostro cervello, presenti dopo la lesione, siano guidabili per ottimizzare il trattamento riabilitativo orientato al raggiungimento del massimo grado possibile di autonomia e di indipendenza attraverso il recupero e/o la compensazione delle abilità cognitive e comportamentali compromesse;

tale provvedimento risulta essere finalizzato, pertanto al miglioramento della qualità della vita del paziente e al reinserimento dell’individuo nel proprio ambiente familiare e sociale”. (Mazzucchi 1999)”

  • E’ stato dimostrato che una specifica terapia riabilitativa stimoli l’espansione della rappresentazione nervosa colpita da una lesione vascolare
  • La più recente letteratura ribadisce il concetto di neuroplastiictà, non solo osservabile in caso di lesioni verificatesi nelle fasi di sviluppo cerebrale, ma anche  in individui adulti, quindi con  sviluppo completato
  • Il modello di modularità dell’organizzazione cognitiva: è possibile osservare una riorganizzazione strutturale, accompagnata da mutamenti prestazionali nella corteccia sensoriale  e motoria
  • Il superamento della concezione di periodo critico come unico momento possibile per riorganizzare le mappe neuronali.

Cosa sono le funzioni esecutive?

LE FUNZIONI ESECUTIVE possono essere definite come quelle capacità che entrano in gioco in situazioni e compiti in cui l’utilizzo di comportamenti e abilità di routine non è più sufficiente alla loro riuscita. Con questa “etichetta” Owen (1997) si riferisce all’insieme di processi mentali finalizzati all’elaborazione di schemi cognitivo-comportamentali adattivi in risposta a condizioni ambientali nuove e impegnative.

Per fare alcuni esempi, sono le funzioni alla base della pianificazione, della creazione di strategie. Più in generale sono quei processi cognitivi alla base del problem solving.

A cose servono le funzioni esecutive?

Al di là delle singole concettualizzazioni, gli psicologi sono sempre più interessati all’aumento di comprensione sulle funzioni esecutive poiché:

1) si ritiene svolgano un ruolo chiave nel comportamento intelligente;

2) si ritrova una loro compromissione in molte patologie psichiatriche e disturbi neurologici;

3) variano durante l’arco di vita e condizionano il comportamento in situazioni complesse (Banich, 2013).

Un modello per le funzioni esecutive

Attualmente il modello teorico più accreditato circa le funzioni esecutive è quello di Miyake e collaboratori (2000). Tale modello prevede che queste siano essenzialmente composte da tre sottosistemi: inibizione della risposta, aggiornamento di memoria di lavoro e flessibilità cognitiva.

L’inibizione è la capacità di inibire deliberatamente gli impulsi e le informazioni irrilevanti.

L’aggiornamento di memoria di lavoro riguarda l’abilità di mantenere in memoria informazioni e manipolarle per brevi periodi di tempo (Huzinga et al. 2006).

La flessibilità di risposta è l’abilità di attuare comportamenti diversi in base al cambiamento di regole o del tipo di compito.

Trattamento

  • Ottimizzare la memoria episodica residua
  • Costruire un intervento sfruttando la memoria procedurale
  • Insegnare ad aumentare l’utilizzo di aiuti esterni e metodi di compensazione

L’efficacia dell’intervento dipende in larga misura da un’accurata fase di valutazione preliminare orientata alla persona ed all’ambiente in cui vive  nella sua globalità e complessità.